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Cari - Giorgio Battisti


Tantissimi di noi abbiamo conosciuto Cari, uno dei primi focolarini che tanto si è prodigato al servizio dell'Opera di Maria, sia al Centro che in tante zone del mondo (dall'Italia, al Brasile, agli Usa, alla Germania…).  Come ringraziamento al dono che è stato per noi vorremmo adesso ricordare alcuni momenti più significativi della sua vita: prima vi leggo io qualcosa, poi chiamiamo altri a dare la loro testimonianza.

Dopo un incontro con i vecchi amici della Marina, Giorgio scrisse per loro a grandi tratti la sua biografia. Diceva che della sua vita non voleva lasciare agli amici soltanto il ricordo di quello che era stato da giovane, ma aiutare a vedere come la vita sia un'avventura sempre in atto. Come dice il titolo della breve biografia: "Navigare sempre!".

Racconta delle origini: papà veterinario che svolgeva il suo servizio a Castiglione d'Orcia, in provincia di Siena, della mamma che per la famiglia aveva lasciato città e professione di insegnante, del suo giorno di nascita, il 4 ottobre festa di Francesco d'Assisi e motivo del suo secondo nome Francesco. Del ritorno a Cortona, paese d'origine del padre dove nasceranno la sorella ed il fratello. Parla dell'infanzia serena, dei cugini, delle gite in bicicletta. Dei viaggi in molte città d'Italia. Ma ciò che affascinava Giorgio era il mare, i fiumi, l'acqua insomma. Navigare!

A una gita a Roma, esattamente durante un giro nelle catacombe, Giorgio fa risalire un certo seme di qualcosa che si svilupperà. Dell'epigrafe di una tomba si leggeva appena Dies natalis. Per Giorgio fu una rivelazione. "I primi cristiani pensavano  davvero che la morte fosse una nascita? La scoperta mi diede molto da pensare, e certo non era un caso… I primi semi delle mie scelte future forse risiedevano in quell'episodio apparentemente così casuale".

Negli anni del liceo sogna di iscriversi a ingegneria navale a Genova, ma scoppia la guerra e piuttosto che fare leva di terra chiese di entrare all'Accademia navale come ufficiale del genio. Dopo qualche mese gli rispondono che veniva passato d'autorità dal Genio Navale, allo Stato Maggiore e si sarebbe dovuto presentare a Brioni (di fronte a Pola) perché l'Accademia di Livorno era stata bombardata. Ma erano tempi di improvvisazioni, soprattutto dopo l'armistizio di settembre. Una motonave era venuta per portare i cadetti a Malta dove c'era la flotta italiana. Ma la nave dopo poco si arenò e divennero preda facile dei soldati tedeschi che li portarono a Pola. Poi stipati in un carro bestiame furono portati in un campo di concentramento in Austria dove trovarono altri prigionieri: francesi, inglesi, russi…

Racconta Giorgio: "Una sera, in un angolo del capannone, uno di noi intonò a bocca chiusa una canzone all'epoca famosa: Tornerai.  A poco a poco la melodia si diffuse nell'intero edificio, cantata in varie lingue, ma con la musica che univa tutti in un solo coro. Un momento davvero struggente: storie personali, popoli diversi insieme senza più frontiere né confini. Ed anche le sentinelle si fermarono, avvolte e coinvolte da quella melodia: Stupore, meraviglia, forse nostalgia di casa, si disegnavano sui loro volti, proprio come sui nostri."

Giorgio confidava ai suoi amici che dopo quelle assurdità della guerra, quelle distruzioni, quei milioni di morti sarebbe sorto un mondo migliore, in pace e armonia. Ma gli davano dell'utopista.

Nel 1945 i tedeschi sono in ritirata. La fine della guerra si avvicinava. Verso marzo, Giorgio tenta la fuga verso l'Italia. Le peripezie, i momenti di fortuna furono molti, finché non riuscì a salire su un automezzo delle SS che lo portava a Bolzano, nascosto sotto il telone di un camion. All'urlo di avvertimento "Arriva Pippo!" che significava aviatori solitari inglesi o americani che mitragliavano a bassa quota, Giorgio si gettò in fossato e da lì vide saltare in aria il mezzo su cui aveva viaggiato, assieme al suo bagaglio dove c'era il diario della prigionia. Giorgio riuscì ad arrivare a Varese in casa di parenti e poi, a guerra finita, tornare in bicicletta a casa.

Riprende gli studi a Firenze e decide di frequentare il Politecnico di Milano. Una città attiva, stimolante. Giorgio riprende a suonare il violino, gioca a tennis, gite in bicicletta… una vita proiettata al futuro. C'era anche una ragazza conosciuta a Firenze ed ora a Milano. Con lei Giorgio andava ai concerti. Stava bene con lei, ne era innamorato. Ma voleva finire gli studi prima di prendere decisioni definitive. Allentarono i rapporti fini a perdersi di vista. Si ritrovano dopo che Giorgio era laureato e lei gli parlò dei suoi sentimenti rafforzati con la lontananza. Ma a Giorgio era accaduto qualcosa: aveva cominciato a prendersi cura di gente sfortunata e poi aveva sentito parlare una ragazza di Trento. Si chiamava Ginetta e parlava di vangelo vissuto.

Giorgio racconta: "Con le mie esperienze di vita e con la mia attività sociale ero particolarmente sensibile agli argomenti portati da quella giovane trentina, e non potei fare a meno di cercare di mettere in pratica quelle parole nei giorni successivi, con chiunque e in ogni situazione. Scoprii un nuovo rapporto con le persone, non legato a considerazioni di opportunità né a vincoli di amicizia o parentela. E la ricompensa era spesso un semplice sorriso oppure la consapevolezza di aver fatto bene il mio lavoro, o ancora il sapere di aver contribuito ad alleviare le difficoltà o la fatica altrui.
Cercai un vangelo, per nutrirmi anch'io delle parole che avevano alimentato la vita delle ragazze di Trento. E vi trovai un protagonista, Gesù di Nazareth: amava il mare, andava spesso in barca, i suoi amici e i suoi primi compagni erano pescatori: quanto lo sentii vicino a me quell'uomo con cui mi sembrava di avere in comune molte cose!" Era l'aprile del 1949.

Alla fine dell'anno Chiara e Foco vanno a Milano a trovare Gino, il fratello. Fu occasione per Giorgio di conoscere Chiara e di farla parlare ad un gruppo di amici. Quello che Chiara disse fu "di una semplicità straordinaria ma incisiva, forte e dirompente… un vangelo vissuto in maniera totale, radicale, centrato su Gesù. Si inaugurò un nuovo capitolo  della mia vita: la mia rotta di navigazione stava inavvertitamente, ma decisamente cambiando".

Nell'estate del 1950 Giorgio raggiunse Chiara nelle Dolomiti. Quella vacanza insieme con donne, uomini, bambini, giovani, vecchi, sacerdoti, famiglie, suore gli sembrò "una società in miniatura, legata da un filo invisibile ma concreto, fatto di semplicità e di gioia. (…) Con la mia tipica logica da ingegnere non potei fare a meno di pensare che, se era possibile realizzare una simile comunità, una simile concordia, in piccolo, doveva essere possibile realizzarla anche in grande, dando un contributo in prima persona".

Questo divenne chiaro qualche mese dopo. Giorgio era a La Verna e lì sentì un pensiero: "Donati tutto a Dio!".

Tornato a Milano, per dare concretezza alla sua chiamata, con Piero Pasolini che era andato anche lui sulle Dolomiti,cercarono un appartamentino per cominciare un "focolare". A dicembre si aggiungerà anche Oreste Basso. Nasceva un nuovo focolare oltre Trento e Roma.

Ci sono arrivate tante testimonianza di persone che l'hanno conosciuto. Volevo leggervi in particolare quella di Piergiorgio Colonnetti che l'ha conosciuto quando lavorava in fabbrica con lui:

"Ho conosciuto Cari nella primavera del 1956, quando è arrivato a lavorare come ingegnere in una allora grande industria, la Olivetti, a Ivrea nel nord Italia. Cari è capitato nello stesso settore della fabbrica dove io lavoravo già da qualche tempo. Più che altro è stata la sua vita, il suo modo di rapportarsi con i colleghi di lavoro che sin dall`inizio e sempre più mi hanno colpito. Conoscendo l'ambiente non facile e molto competitivo a un certo livello, non riuscivo a capire il suo comportamento, sempre sereno e distaccato, pur nel massimo impegno e con molta competenza professionale.  Fino a che ho compreso che il suo ideale era Dio, e non il lavoro o la carriera, e che i suoi superiori, colleghi o dipendenti erano solo persone da amare. Grazie alla sua testimonianza di vita, ho capito anzitutto che dovevo convertirmi, e poi che Gesù chiamava anche me a seguirLo come focolarino sposato."

Testimonianza di Oreste

Avevo 27 anni quando ero a Milano. Lavoravo come dirigente di tre reparti in una Industria e all'Università come assistente di costruzioni di motori.

Alla mensa di un pensionato avevo conosciuto Cari, Piero e Guglielmo Boselli e, un giorno dopo il pranzo, Cari mi disse: "Vuoi conoscere una cosa bella?" A me piacevano le cose belle. E risposi: "Sì, volentieri". "Vorrei farti conoscere delle persone che vivono il Vangelo". Io rimassi molto colpito di questa frase, perché persone che vivessero il Vangelo io non le avevo mai conosciute.

Allora mi disse: "Domenica andiamo in casa di un mio amico dove ci sarà una signorina che viene da Trento e ci dice la sua esperienza". Difatti la domenica andammo da questo suo amico, dove c'era Ginetta Calliari che raccontò la sua esperienza e rispose a tante domande. A dir la verità le domande che le facevano a me non piacevano, perché erano tutte domande di critica e provocatorie.   Vidi una persona molto semplice e serena che, con pazienza rispondeva e raccontava la vita che facevano a Trento in Piazza Cappuccini.  Alla fine di questo incontro tutti andarono via e rimanemmo solo io col mio amico Cari e accompagnammo via questa ragazza.

Tutto quello che si vedeva attorno o i fatti che lei narrava, che erano fatti della vita quotidiana, erano proprio intrisi di Vangelo.

Appena possibile lo abbiamo raccontato a Piero, Guglielmo e agli altri, con i quali abbiamo trovato altre volte Ginetta e, ad un certo punto, ci siamo detti: "Perché non viviamo così anche noi?"

Il desiderio che avevamo era di andare a vedere come è che vivevano, per cui il giorno della Assunzione del 1950 andammo con Piero e Cari e le trovammo tutte in Piazza Cappuccini. Chiara quel giorno non c'era perché era andata a Roma. Ci colpì subito quanto era piccola e povera quella casa, ma soprattutto ci colpì l'aria di Paradiso che regnava. Non erano le cose che si dicevano, non erano i fatti che si raccontavano. Era la bellezza, l'aria che c'era fra di loro.  

Poco dopo abbiamo chiesto anche noi a Chiara di poter entrare in focolare. Eravamo Piero, Cari ed io.

Nacque così il focolare a Milano dove andammo a vivere insieme in una stanzetta poverissima.  Mettevamo tutto in comune fra noi e con gli altri focolari nascenti, fino all'ultimo spicciolo. Mi ricordo che una volta avevo soltanto dieci centesimi in tasca, io che ero ingegnere, e mi servivano per preparare il pranzo a mezzogiorno. E fu una grande gioia vedere che in una bancarella potevo acquistare mezzo chilo di pere. Tanto per dirvi una cosa da niente su questa povertà assoluta nella quale vivevamo e che ci dava la gioia di scoprire la ricchezza che l'Eterno Padre ci mandava giorno per giorno in un modo sempre inaspettato. Vedevamo trasformarsi la nostra amicizia in una amicizia sopranaturale e sperimentavamo sempre di più una profonda unità sopranaturale.

Di Cari mi ricordo che sempre si prendeva cura delle persone che avevano delle difficoltà particolari. Aveva una grande capacità di accoglienza, di ascolto e seguiva ogni persona con molto amore e fedeltà.

Poi durante tutti questi anni sempre mi sono sentito aiutato e sostenuto da Cari con grande amore e umiltà, di lui mi rimane un ricordo intramontabile che mai morirà per la sua dedizione completa piena di affetto.

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