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Mariapoli Celeste - i focolarini
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Carlo Fumagalli

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Profilo di Carlo Fumagalli


Centro Mariapoli di Castelgandolfo
14 maggio 2012


Abbiamo avuto la fortuna e, perché non dirlo, la grazia di essergli accanto, nello stesso focolare, dal 2001 fino a ieri.
Tutto avremmo voluto, tranne che dovessimo oggi parlare di lui in questa occasione. Ma lo facciamo volentieri, per essergli accanto anche ora e per dirgli la nostra gratitudine.
Un uomo un po’ eccezionale, il nostro Carlo. Questo si può subito dire di lui. Nel carattere forte e determinato, nell’ingegno acuto e sagace, nella sensibilità sottile con la quale coglieva le sfumature di chi gli parlava, nella parola che con pochi tratti sapeva descrivere quanto lo circondasse, nel silenzio opportuno che per chi lo amava valeva più di tanti discorsi.
Ha scritto e ricevuto tante lettere e questa sua corrispondenza ci ha aiutati oggi in questo compito.
Tante lettere le ha scritte assieme a Gianna, con la quale ha condiviso tutto, vette ed abissi, luci e ombre...
Di lui si potrebbe parlare per ore o scrivere una piccola enciclopedia.
Ricorriamo alle sue lettere:
Nel gennaio del ’75 a Chiara: “... avrei voluto scriverti subito la mia adesione alla tua chiamata... Ero confuso, disorientato, come chi riceve un colpo troppo forte... Poi dopo aver sperimentato come ogni cosa, famiglia, lavoro, tutto, appare in una luce nuova... la fede diventa certezza e viene in evidenza l’Amore di Dio”.
Carlo era un architetto che amava tanto la sua professione.
Quando Gianna, che aveva conosciuto l’Ideale prima di lui, lo invitava a qualche incontro o notava che qualche focolarino gli girava attorno, diceva che non sapeva se avesse capito molto dell’Ideale ma una cosa gli era chiara che se avesse seguito quella strada, - quella vita profondamente radicata nel vangelo - le sue aspirazioni di giovane architetto di carriera sarebbero andate un po’ in secondo ordine, se non sparite e per tale motivo prese subito le distanze. E queste distanze durarono anni. Così diceva che Gianna iniziò a prospettargli la possibilità di donarsi attraverso la professione.
“Sai quel tale deve mettere su casa, quell’altro ha bisogno di un progetto - mi ripeteva Gianna - sino a quando non è riuscita a farmi realizzare il progetto di una chiesa nel suo paese gratuitamente, pur sapendo che eravamo agli inizi della professione con tutte le difficoltà economiche... Il progetto venne bene e ne ero orgoglioso. Poi Gianna si ammala alquanto seriamente e allora dico “Gesù ti dono il progetto, ma non portarmela via”. In seguito, quando sapemmo che la situazione non era così grave, gliel’ho detto e lei “allora io chiederò il centuplo per te”. E di Chiese ne ho fatte tante”.
In una sua lettera a Chiara di quegli anni scrive:
“Quando qualche anno fa dicevo il mio SI', sentivo di perdere tutto. Anche la mia professione, che amavo e vi ero attaccato... Poi mi si chiese il progetto della Chiesa di Fontem... Un centuplo: Dio mi restituiva quello che mi era costato dargli. Ora che il lavoro è finito non mi appartiene più. E non ti nascondo che la sentivo un po’ mia... ma ora è tutta di Dio”.
Nel ’77, con Gianna, scrive: “Desideriamo da parte nostra rimettere nelle tue mani di mamma la nostra disponibilità ad un eventuale trasferimento... Non ignoriamo le difficoltà concrete...”. E ci furono. Una prova forte l’assalì e durò qualche anno.
L’Ideale provato e vissuto con fermezza affina ancor più la sua sensibilità e attitudine naturale verso il bello, la bellezza.

Il 26 aprile del 1980, mentre lavora al progetto della cappellina di Casa Vita, mette in comune alcune fasi della sua progettazione con Chiara che gli dà qualche consiglio e lui: “ciò che mi hai detto, Chiara, mi è molto prezioso per portare avanti i lavori... ma non solo. Le tue parole sono state per me una luce per guardare in modo nuovo all’arte e capire meglio cosa ti aspetti in questo campo e la linea che mi hai indicato: cercar di far vedere la bellezza di Dio...”.
Casa Vita, il Centro dei focolarini, l’ha progettata lui. Basta vederla anche di fuori e capire che essa è unica. Non solo per la diversità dalle altre case del circondario, quanto per l’armonia che essa riesce ad esprimere. Ma l’approvazione di Chiara supera ogni sua aspettativa... E il 19 aprile del 1982, in occasione di una visita di Chiara, scrive “quando sei venuta a Casa Vita mi è parso il giorno della consacrazione di una Chiesa: le porte si spalancavano alla luce, le mura si sono fatte sacre, la casa è divenuta tempio vivo di Gesù in mezzo”.
E aggiunge quella che è stata da subito la sua intuizione. “ Mi è sembrato che noi sposati fossimo divenuti, per la tua presenza, una cosa sola con tutti i focolarini”.
Dall’84 all’88 i lavori di Castel Gandolfo. Quante esperienze...!
Poi la collaborazione per le costruzioni di Loppiano: nel ‘89 scriveva della sfida che significava per lui “riflettere su questa realtà che vuole presentarsi al mondo come modello di una società ideale”.
E pensando alle generazioni future che avrebbero abitato Loppiano, rifletteva sul passaggio da una Città scuola a una città con tutte le espressioni della società... Scriveva “non sarà da pensare a strutture urbane capaci non solo di accogliere in modo organico le scuole, salvaguardandone la distinzione... ma anche di favorirne la spontanea integrazione così da fare di Loppiano un vero centro di vita comunitaria, tanto più simile ad una città?... Penso alle tue parole: “la città stessa, anche vuota, dovrebbe gridare al mondo il nostro ideale, testimoniando Dio, l’Amore.”
Luglio del ‘94. L’occasione è la costruzione della cattedrale di Embu, in Kenya. Eli gli scrive: “Chiara ha ricevuto la tua relazione. Una cattedrale in Kenya, figlia della Chiesa di Fontem... ti augura la gioia di poter testimoniare attraverso l’arte, il carisma dell’unità.”
Ottobre ‘98. “Nel mese di luglio, mons. Bernardini, Arcivescovo di Smirne, mi chiedeva di studiare qualche soluzione per la sistemazione dell’area attorno alla casa, nei pressi di Efeso, dove la madonna avrebbe vissuto gli ultimi suoi anni e dove sarebbe stata assunta in Cielo.” Con Gianna fanno una breve vacanza lì e continua: “Il giorno dell’Assunta abbiamo partecipato ad una funzione ... che raccoglie insieme cristiani e musulmani... Una esperienza veramente grande... ma l’esperienza per me ancora più grande è un’altra. Per me è stato come se Maria stessa mi avesse chiamato a casa sua.... Oramai sono tre anni che non ho più un focolare e mi è parso per un attimo e a dimensione mia ... che mi avesse chiamato là per farmi vivere quella meditazione di Chiara che dice: E’ quando ci si sente inesorabilmente separati e abbandonati,... che si avverte di abitare non più in casa nostra ma di essere del focolare di Gesù e Maria... Le conseguenze? Una gioia infinita... una luce grande...”.
Saltiamo al luglio 2002, quando scrive ad Hans “... grazie per avermi accolto nel tuo focolare ... ho ritrovato una casa. Quando se ne sta per lungo tempo fuori, si finisce col perderne il senso. Ma quando ci ritorni scopri quale dono prezioso sia, quale dono prezioso sia il focolare. Soltanto qualche mese fa, l’Opera di Maria, il focolare stesso, ... tutto mi sembrava una realtà lontana, poi improvvisamente tante novità inaspettate. Guardo con stupore ciò che Dio sta operando, non mi chiedo nessun perché, volto le spalle al passato e mi impegno ad essere docile e fedele ai suoi piani”.

E nel febbraio 2003, quasi a fugare ogni dubbio e a suggellare la sua nuova decisione, la sua piena convinzione di quanto Dio gli stava donando scrive ancora ad Hans una lettera che accompagnava un grosso pacchetto: “...ti consegno 7 anni di schemetti, gli anni della prova, del buio, anche se il buio ti appare solo quando sei dentro, perché quando ne vieni fuori ti accorgi che s’è trattato di un periodo in cui Dio ti ha amato in modo particolare... Li ho sempre compilati, anche se non sapevo a chi darli, perché mi sembrava, così facendo, di tenere un piccolo legame con le promesse verso le quali mi sentivo invece tanto infedele, una colpa che mi pesava molto. Non sono completi, ci sono tanti vuoti; dicono gli alti e bassi della mia anima in quel periodo. Mi è tornato alla mente in questi giorni un episodio di alcuni anni fa...
E qui descrive l’episodio di Smirne, appena letto, e continua:
“Non ho saputo più niente di quel progetto ma il Vescovo, congedandoci, mi aveva detto: ‘non so quando potremo realizzare questo progetto... ma la Madonna comunque la saprà ricompensare come solo Lei sa fare’. Ho pensato che ora è giunta la Sua ricompensa: mi ha ridato un focolare, dopo avermi fatto vivere qualche giorno nel Suo.”
A novembre 2001 parte per il Pakistan per lavorare alla Cittadella di Dalwal, che si sarebbe chiamata Speranza.
Daniela, la responsabile di zona di allora, lo ricorda così: “L’avventura di Dalwal è cominciata con lui, in un momento in cui la prova lo stava purificando. Gli avevamo chiesto aiuto senza sapere cosa stava vivendo e la prima volta che è venuto a Rawalpindi con Gianna, ignari, gli avevamo fatto fare anche tanti incontri .... Poi ci ha aperto il cuore e abbiamo intravisto la grandezza della sua anima. E’ stato un grande dono poter condividere quei momenti e gli anni a venire.
E’ venuto tante volte per seguire i lavori della cittadella e ci è stato accanto come popo, fratello e padre per tanti anni. Ha messo la sua grande professionalità a nostro servizio, unendo la sua precisione con una grande capacità di adattarsi a metodi diversi, a tempi lenti e a strumenti ‘inesistenti’. Trovava una soluzione per tutto. Per non dire di tutto quello che ha fatto per i progetti con gli Enti internazionali, fonte di grande aiuto economico e materiale. Ma era soprattutto l’amore che abbiamo sempre sentito e quel suo rendere tutto leggero, possibile.”
2002. Chiara gli affida l’inondazione dell’Architettura, contando su di lui per portare la luce dell’Ideale in quell’ambito. E con questo Carlo rientra definitivamente nel Cuore dell’Opera, e sente chiuso definitivamente il lungo periodo di lontananza. Carlo racconta e descrive a Chiara l’esperienza di questi anni, di un mondo “alternativo” che si era costruito, con l’impegno in Africa, al Vaticano, con la RAI, con il Giubileo... Adesso sente di voler dare spazio solo alla Volontà di Dio.

Novembre 2004, alcune righe ad Hans: “... da tempo mi trovo a riflettere sulla figura di Foco e un’espressione di Chiara: “l’incontro con Foco fu come incontrarmi in uno specchio limpidissimo, tersissimo, luminosissimo... E chi ho visto in quello specchio? Ho visto il mio disegno. Questo ha spalancato le porte del Paradiso”. Con tutte le debite proporzioni, anche noi dovremmo essere specchio per i popi vergini, perché possano vedervi riflessa la bellezza, la grandezza della loro vocazione.
Un anno dopo, novembre 2005: “... mi trovo spesso a riflettere sul diamante, la pietra preziosa alla quale Chiara paragona la vocazione del focolarino.
Il diamante ha due lavorazioni: da una parte è sfaccettato, in modo da riflettere la luce, dall’altra è trattato in modo tale da essere fissato ad una struttura (esempio un anello) che lo fa stare fermo perché possa così risplendere al meglio.
Mi sembra che la prima parte siate voi, popi di focolare, l’altra, quella di supporto, noi popi sposati (solo GA). E’ un’interpretazione molto personale, ma mi piace, anche perché mi aiuta a considerare il mio essere in focolare: quante perplessità, rimorsi, ombre di vario genere mi sorgono... Vivo davvero, mi chiedo, GA in modo tale da far risplendere il diamante? Ogni giorno l’amore a Lui si fa sempre più grande e convinto, ma mi basta?”

2007. Scrive a Chiara: “da due settimane sono fermo per una ischemia... la causa sarebbe un aneurisma vicino al midollo... L’intervento è stato rimandato per la sua delicatezza...”
E qualche giorno dopo la situazione cambia: “Sarò ricoverato all’Ospedale S. Giovanni per l’operazione. Questa mattina mi è stata data l’unzione degli infermi. Cosa vorrà dirmi Gesù? Era un momento di sosta e di riflessione... Ora mi sembra di capire che per quel poco o tanto che mi resta da vivere, Gesù mi vuole totalmente suo.”
Dicembre 2010. Ai popi del suo focolare, durante il ritiro annuale:
“Questa mattina è stata particolarmente difficile per me, o meglio per la mia carcassa, tanto che nel pomeriggio anche con Gianna abbiamo visto di restare a casa e così ho interrotto il ritiro. ... Voglio anche dirvi che ... se è vero che non riesco a darvi una mano in niente, posso però farmi santo per voi, e se lo posso lo devo, e se lo devo, lo voglio. Cercherò allora di vivere ogni istante con solennità, per Gesù in voi, per la vostra santità. Promesso.”
Il 25 aprile dello scorso anno scrive ai focolarini del suo focolare: “... venerdì santo, dal primo pomeriggio e fino a tarda sera, i dolori alla gamba sono diventati molto più forti, come non ricordo di avere mai avuto dal giorno dell'intervento. Poiché non ne vedevo un motivo (uno strapazzo eccessivo o altro), ho pensato che forse Gesù mi volesse fare il dono grande di parteciparmi una piccolissima goccia della sua grande sofferenza di quel giorno.
Ho riflettuto a lungo, quasi in un silenzioso colloquio con Lui... e a sera mi sembrava di avere raggiunto una più profonda comunione con Gesù, più intima, più confidenziale e ho avvertito nell'anima una grande gioia, che andava molto al di là del dolore....”

Siamo alla conclusione e ci sembrava bello chiudere con un’esperienza che Carlo ha vissuto quando lavorava nella città del vaticano per il Giubileo. Una sera si trovò ad entrare nella Cattedrale di S. Pietro e... era vuota. Tutta illuminata a giorno e... solo lui. Ventiquattromila watt tutti solo per lui. “Ma ero solo davvero? In una cappella Lo vidi. C’era anche Lui. Sarà così anche quel giorno” si chiese? “E lì ho capito. Dio mi era vicino, mi era stato sempre vicino”.

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Tema svolto a scuola da Paola, una nipote di Carlo, riguardo allo zio nel 1968.


Mio zio ha circa trentacinque anni e fa l'architetto.
Mio zio non è certamente un bell'uomo, ma è tanto simpatico che ciò che c'è di brutto in lui scompare.
Non è alto, anzi tutt'altro, è magro come un ramo scheletrito.
La sua faccia non può passare inosservata, ciò è dovuto al suo naso molto appariscente.
Mio zio ha infatti un naso  aquilino che di sicuro sarebbe stato il vanto di un antico nobile signore romano.
Nel suo bianco volto campeggiano due occhi di un azzurro intenso come un cielo sereno e sgombro di nuvole, sempre vispi, allegri e intelligentissimi.
I bellissimi occhi di mio zio sono contornati da foltissime ciglia biondo scuro, tanto belle da far invidia ad una truccatissima signora.
Guardando i suoi occhi si comprende com'é: buono, sempre sereno e disponibile.
I capelli sono di un colore castano chiaro e corti.

Paola

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