Marco Tecilla - Mariapoli Celeste_i focolarini

Mariapoli Celeste - i focolarini
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Marco Tecilla

2017


Marco Tecilla


"Io sono la resurrezione e la vita" (Gv 11,25)



13 aprile 1926  -  Mar. Romana, 8 maggio 2017
Rocca di Papa, 11 maggio 2017
Carissimi e carissime,

la sera dell’8 maggio, festa della Madonna, ho comunicato la notizia dell’improvviso arrivo in Cielo di Marco Tecilla, il primo focolarino.

Marco lascia in tutti noi l’impronta della radicalità dei primi tempi con la sua fortezza e fede nel carisma, con la purezza della sua vita evangelica. Fino alla fine, aveva in cuore il costante desiderio di donarsi per l’Opera, in particolare alla formazione delle nuove generazioni, per trasmettere integra l’eredità di Chiara.

Molto più in seguito sarà scritto di lui. Intanto vi allego stralci del profilo letto al funerale che abbiamo celebrato a Castel Gandolfo in una sala gremita e commossa.

Nel Risorto, che unisce Cielo e terra, restiamo in preghiera certi del suo aiuto.
Emmaus

Sintesi del profilo

Marco è il primo focolarino, il primo che ha seguito Chiara e l’ha fatto dal primo all’ultimo giorno con quella dirittura e interezza che tutti abbiamo visto in lui: di uno sempre pronto ad aderire con gioia e schiettezza alla Volontà di Dio.

La famiglia Tecilla era di estrazione semplice: papà Gioacchino era fornaio, mamma Vittoria infermiera. Finita la guerra si stabiliscono nel quartiere Cervara, in via dei Cappuccini, appena sopra il Convento, a 100 metri dal Collegetto dove Chiara si sarebbe consacrata nel ’43.

Marco nasce nel 1926, ultimo di quattro figli: Maria, Ezio, Riccardo (partito per il Cielo nel 2012 qui nel focolare di Villa Emilio). Trascorre un’infanzia serena e vivace; a 14 anni, terminata la scuola professionale, comincia a lavorare come apprendista presso una ditta commerciale.

Nel gennaio ‘43 il papà dopo una lunga malattia, riceve da p. Casimiro l’unzione degli inferni e prima di morire esprime il desiderio che i figli diventino terziari francescani. Scrive Marco: “Una settimana dopo i funerali, mio fratello Riccardo ed io, in ossequio al desiderio lasciato da papà, ricevemmo la vestizione di terziari nella vicina chiesa dei cappuccini, mentre mia sorella Maria era già terziaria da vari anni”. Arriva la guerra. Marco riesce ad evitare la chiamata alle armi e svolge un servizio civile a Cismon del Grappa. Sono momenti terribili, rischia di essere ucciso da un soldato delle SS, ma viene salvato da una ‘nonnina’ (che parlava tedesco) che lo ospita.

Intanto, grazie al fratello Riccardo, viene assunto alla ferrovia Trento-Malè, mentre la sorella Maria è impiegata (salvandosi così dalla deportazione) come guardarobiera all’Opera Serafica, quel Collegio dei Cappuccini dove insegnava Chiara. A proposito di Maria, in casa si accorgono che nonostante i bombardamenti vuole partecipare continuamente a incontri, ritiri, cerca vestiti per i poveri, dimostra un’insolita generosità.

Finita la guerra, Marco vive una certa crisi spirituale: “Dove attingere nuova linfa? Verso la fine del ’45… pensai di fare visita a quel frate cappuccino che ci aveva accolto nel terz’ordine e aveva assistito mio papà nei suoi ultimi momenti terreni. Fui accolto amorevolmente e mi invitò subito a partecipare a una breve meditazione che teneva ogni mercoledì mattina dopo la S. Messa delle 6,30 ad un gruppo di giovani. Erano parole infuocate. Tutto risuonava nuovo nella mia anima, erano temi semplici ma profondi ed evangelici…”. “Quel mercoledì mattina il padre ci rivolse l’invito per un incontro nella sala cardinal Massaia per il sabato successivo alle 14,30 ed io puntuale andai all’appuntamento”.

Arrivando, Marco si accorge subito che l’incontro cui era stato invitato era quello delle amiche di sua sorella Maria che lui riteneva esagerate e un po’ infatuate, vuole alzarsi e andar via, ma è seduto in una posizione tale che sarebbe stato scortese uscire e per educazione rimane. Dopo la preghiera di p. Casimiro prende la parola “l’animatrice del gruppo, Chiara Lubich.  Parlava di Dio con un fervore e una convinzione che non lasciavano dubbi. Dopo una certa lotta interiore… mi accorsi di avere il mento appoggiato al pugno e gli occhi fissi su Chiara”.

Così comincia la nuova avventura di Marco che giorno dopo giorno viene chiamato nella casetta di piazza Cappuccini per delle piccole riparazioni e lì respira l’aria soprannaturale di quelle creature che avevano Dio per Padre e Gesù come Maestro. Scrive: “Una sera dovetti fare una riparazione più lunga del solito, Chiara lavorava di cucito seduta accanto al tavolo, un’altra
rigovernava i piatti. Ultimato il mio lavoro scesi dalla scaletta e con grande sorpresa fui invitato da Chiara a sedermi un po’ per riposare. Timidamente sedetti al lato opposto della tavola rimanendo senza parole. Fu a questo punto che Chiara, alzando gli occhi verso di me, incominciò a parlare … Parlava a me, Marco, operaio … mi parlò di Gesù, di quel Gesù in cui io credevo, ma che avevo sentito lontano pur ritenendomi un fervente cristiano. Gesù – continuò Chiara – se venisse oggi in questo XX secolo, sarebbe Gesù 24 ore su 24 che lavora, che prega, che mangia, che riposa … oggi sarebbe un Gesù elettrotecnico, come te …  Questa nuova visione cristiana mi stordì. Vidi il mio passato – che io avevo sempre ritenuto buono – crollare come un edificio colpito dalle bombe e provai una certa angoscia. Nel contempo vedevo aprirsi davanti a me un orizzonte nuovo, pieno di luce. Quando uscii dalla casetta il cielo era trapunto di stelle ed io mi fermai – appoggiandomi a un muricciolo – cercando di scrutare la volta celeste per incontrare il misterioso sguardo di Dio e ringraziarlo. Stava cominciando per me una nuova vita, dovevo voltar pagina e abbandonarmi tra le braccia di quel Dio che mi si era manifestato AMORE”.

Marco aderisce pienamente all’Ideale. Cerca di viverlo nel mondo del lavoro e nei rapporti, in un dialogo costante con Chiara, che un giorno gli rivela “il loro segreto”: “Io volevo sinceramente amare Dio, ma avevo sperimentato il peso della mia natura che, più di una volta, mi aveva tentato di abbandonare tutto. Ora intuivo che con Gesù crocifisso e abbandonato sarei riuscito a vincere ogni difficoltà”.

Questa luce ha su Marco un effetto ‘abbagliante’ e gli fa entrare in crisi il suo modo di vedere il mondo e i suoi progetti, anche formarsi una bella famiglia cristiana. Comincia un periodo di nebbia. Si rivolge a p. Casimiro che lo ascolta per qualche minuto e poi gli chiede di attendere: si mette alla scrivania, scrive una lettera e gli dice: “Portala a Chiara”. Marco bussa al n. 2 di piazza
Cappuccini, apre Chiara, le consegna la lettera, lei la legge davanti a lui, sorride, e gli dice di passare dopo un’oretta. Il mistero si fa sempre più fitto… Un’ora che non passa mai e Marco non avendo l’orologio chiede di continuo l’orario ai passanti.  Finalmente bussa ed è ancora Chiara, ancora con una lettera: “Questa è per te” gli dice. Marco torna a casa e legge: “Chiara aveva colpito nel segno…: se vuoi essere perfetto va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi. Seguire Gesù, ecco la mia strada”.

E’ così che, dopo alcune peripezie per il servizio militare – la sera del 27 novembre 1948 - in via Antonio da Trento n. 13, in una delle stanze della famiglia Agostini, nasce il primo focolare maschile che, nel giugno dell’anno seguente, si sposta in una legnaia-pollaio situata nel cortile della stessa casa. Quella sera insieme a Livio, l’altro focolarino con cui incominciava, verso
mezzanotte, aprono a caso il Vangelo e la prima frase che leggono è: “… e voi che mi avete seguito… riceverete il centuplo in questa vita e la vita eterna”, “chiuso il vangelo i nostri occhi si incontrarono esprimendo l’infinita gratitudine verso l’amore di quel Dio che così abbondantemente ci aveva amati. Iniziava così una nuova, divina avventura”.

Pochi giorni dopo Chiara lasciava definitivamente Trento. “Ero in focolare da una settimana e mi sembrava che tramontasse il sole, ma non avevamo scelto Gesù abbandonato?”. E due mesi dopo Chiara chiama a Roma Livio, sicché non solo rimane senza Chiara ma anche senza compagno di focolare: “Ma non avevamo scelto Gesù abbandonato?”.

Nel settembre 1950 Chiara chiede a Marco di andare ad aprire il focolare Torino e vi rimane un anno. Poi in tre anni lo vediamo a Roma, a Milano e a Siracusa. Nel ‘53 per alcuni mesi va ad aprire il focolare a Innsbruck, poi è in varie città italiane fino al ‘58, quando in ottobre con Lia e Fiore fanno un viaggio perlustrativo in Uruguay, Argentina, Brasile e Cile. Nel 1960 torna in Italia,
destinazione Trieste, e poi oltre cortina a Zagabria. Dopo una puntata a Siracusa, nel ’64 lo ritroviamo qui al Centro dove il 22 novembre viene ordinato sacerdote insieme a Maras Zirondoli da Mons. Stimpfle, nella cappella dell’allora Centro Mariapoli.

Novello sacerdote riparte per il Brasile dal ‘64 al ‘67, poi torna un anno al Centro con don Foresi e di nuovo in Brasile dal ’67 al ’71. Marco entra profondamente in sintonia col popolo di quel grande Paese diffondendo l’Ideale con luminosità e tanti frutti. Fino agli ultimi suoi giorni appena incontrava un brasiliano parlava con scioltezza e gioia la lingua. Dopo un anno di stacco,
inizia una nuova esperienza nei focolari del Sud Italia dal ‘72 al ‘78: è a disposizione di tutti, girando con una valigetta con solo l’essenziale, desiderando essere una presenza di servizio, di ascolto, di comunione, un padre… E lo è stato per tanti, oltre che fratello e madre. Molti testimoniano come è entrato in tanti cuori!

Rimane nel Sud Italia fino al settembre del 1978, quando Chiara lo manda a Milano, dove fino allora c’era stato Bruno Venturini, con il compito: da una zona farne 3, Piemonte, Lombardia e Emilia Romagna. E diceva scherzando: “Noi che siamo quelli dell’unità… mi hanno mandato per dividere le zone…”. Tre anni dopo parte per il Triveneto, prima a Padova e poi nella sua Trento dove tornava dopo 31 anni. Ritrova tanti dei primi tempi, un nascente Centro Mariapoli e una città pronta ad accogliere il progetto di “Trento Ardente” che Chiara lancia nel giugno 2001.

Una sera, il 31 dicembre del 2001, ecco una telefonata: Enzo Fondi improvvisamente era partito per il Cielo e Chiara subito chiede a Marco di prendere il suo posto al Centro per l’aspetto di Vita spirituale e Preghiera. Marco mette insieme le sue poche cose e arriva nel focolare di Chiaretto, Oreste, Fons, Fede, Bruno, Turnea, accanto al focolare di Chiara.

E’ nota la storia di questi ultimi anni, in cui tra l’altro emerge il suo infaticabile impegno per offrire le lezioni di Spiritualità ai giovani focolarini e focolarine e ai membri di tutte le scuole.

Marco ha seminato amore in tante parti del mondo, ha fatto nascere l’unità fra gente di ogni condizione sociale e culturale. Innumerevoli sono le persone passate a trovarlo e, in particolare, da quando un anno fa piccoli ictus gli hanno procurato conseguenze a vari livelli.

In questa nuova fase in focolare si è approfondita la vita di unità, con un amore reciproco sempre più forte. Quando l’8 maggio improvvisamente si è aggravato, s’è visto un Marco “scintillante” d’amore. Con i suoi occhi luminosi sembrava avvolgere tutti e tutto, anche il medico, come a dire che l’importante era che fosse presente tra noi l’Amore per eccellenza: Dio.

Concludiamo con stralci tratti da un’intervista del 2008 nella quale, a pochi giorni dalla morte di Chiara, Marco descrive il suo rapporto con lei e come vede il futuro del Movimento.

“Chi mi ha curato, chi mi dato il latte dell'Ideale direttamente è stata Chiara. In un primo tempo, per ignoranza, per mancanza di conoscenza, ero un po' non favorevole alle focolarine, le vedevo un po' come fumo negli occhi. Quando mi sono trovato di fronte a Chiara invece questo è scomparso completamente e grazie a questi piccoli servizi che potevo fare in questa casetta di
piazza Cappuccini ho avuto modo di poter seguire i suoi insegnamenti, proprio dalla a alla z, parola per parola, frase per frase del Vangelo, consigli e correzioni, ecc. E quindi è stata veramente una mamma che mi ha generato a una vita nuova e mi ha nutrito anche nel contempo con la luce dell'Ideale, della sapienza. Quindi ho sempre avuto un rapporto proprio da figlio a madre, ecco, molto semplice. E poi noi trentini anche siamo… non è che esprimiamo molto, ma c'era veramente questo legame… Si cantava, in piazza Cappuccini facevamo due-tre voci, così insieme, lei, la Natalia. Quindi un rapporto direi di piena semplicità. E’ quello che mi ha sempre affascinato”.

“Eh, adesso che Chiara... Io non direi che non c'è più. (…) Quindi sento che non c'è, questa è una realtà che non si può negare fisicamente, però sento che quella promessa che ci ha fatto che lei quando partirà (…) sarà presente nell'Opera, ecco, questa la sento una realtà profonda che c'è, che c'è. Io anche nelle Messe che ho celebrato, così, che celebro quasi non riesco come a pregare per lei morta, ma a pregare lei viva che aiuti noi tutti. Questa è un po' la sensazione che provo nell'anima. Per cui anche venire qui al Centro o stare in casa, guardo lì la casa di Chiara, dalla mia finestra vedo la casa di Chiara, ma è come… c'è, c'è, la sento, ecco, una presenza continua, costante”.

“Perciò io prego Dio che mi tenga le mani in testa, nel senso come salute, per poter portare quel bagaglio di ricchezza che Chiara mi ha trasmesso, di poterla trasmettere offrendola ai nuovi dirigenti dell'Opera che verranno. Certo non è che noi andremo in pensione, perché la pensione per noi vuol dire la morte o comunque si sa che anche se ammalati poi si può sempre lavorare per l'Opera. Ma il mio desiderio è: finché ho un po' di fiato, un po' di respiro, poter come donar tutto di me stesso per queste nuove generazioni che dovranno poi portare avanti”.

“Quindi sicuro, certo, per l'esperienza, per la sicurezza interiore, per la fede, per aver visto questa vita, sono sicuro che andrà avanti, e porterà i frutti e più ancora, come Gesù ha detto ai suoi: "E farete cose anche maggiori delle mie", io sono sicuro che chi verrà anche dopo di noi farà cose maggiori anche delle nostre, proprio per la ricchezza che vien trasmessa dal carisma, che non morirà mai”.
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