Michele Mangoni - Mariapoli Celeste_i focolarini

Mariapoli Celeste - i focolarini
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Michele Mangoni

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Michele Mangoni


Chi non ama dimora nella morte.



13 novembre 2004


All'età di 13 anni, uno sforzo durante un esercizio ginnico mi procurò una malattia alla gamba destra dalle conseguenze disastrose: dovetti infatti interrompere gli studi, subire vari interventi operatori, stare per due anni inchiodato a letto e, infine, rinunziare del tutto a quella che era la vita normale dei miei coetanei.

Ormai ventenne e studente in giurisprudenza, viene colpito da un'altra grave malattia ai polmoni.


Con un senso di ansia affrontavo ogni nuovo giorno, come se non potesse apportarmi altro che problemi e preoccupazioni. Così il dolore continuava a incidere nella mia esistenza, separandomi, facendomi sentire diverso dagli altri. Neppure a casa c'era una gran comunicazione, ognuno viveva la propria vita; finivo così per rinchiudermi sempre più in me stesso, coi problemi dovuti alla timidezza e al complesso di inferiorità per i miei limiti fisici.

Si dà allo studio delle discipline storiche e filosofiche, mentre ha una crisi spirituale.


Esternamente non lasciavo trasparire nulla: continuavo a professarmi cristiano; ma in realtà cercavo la verità altrove, aderendo a teorie come l'idealismo e lo stoicismo, che negavano la trascendenza…

Nel 1950, in seguito alla perdita della madre, ritorna la fede e si prodiga in attività caritative e apostoliche, esercitando l'avvocatura per rendersi utili agli altri.


Malgrado ciò la mia vita non era incentrata in Dio, io non l'avevo messo al primo posto. Mancava un filo conduttore che desse un sentito alle azioni della mia giornata. Di qui l'inquietudine, la ricerca e l'interesse verso i movimenti ecclesiali, nella speranza di trovare qualcosa che facesse per me.

Nel 1959 partecipai a una Mariapoli a Fiera di Primiero. Mi attirò soprattutto il fatto che il Vangelo vi veniva presentato come una vita e una via collettiva, in cui realizzarsi come singoli e come corpo.
Nell'ideale dell'unità trovai una risposta a tutte le mie esigenze, sia di socialità che di unione costante e profonda con Dio, di cui mi si andò svelando la paternità.
Niente mutava all'esterno, ma la disponibilità attimo dopo attimo nei confronti del prossimo (la migliore verifica del mio amore a Dio) riempiva di significato ogni atto, anche il più banale.

Il dolore, che mi si era sempre presentato come qualcosa di amorfo e di impersonale, stava prendendo un volto ben preciso: quello di Gesù sulla croce. Come me Lui aveva sperimentato sofferenze fisiche e spirituali, ma le aveva trasformate in amore, riassumendo in sé ogni dolore, agonia, disunità. Riconoscerlo e accoglierlo così era per me fonte di pace e serenità mai conosciute.
Un ottimismo nuovo cominciò a pervadere la mia vita, non già perché chiudessi gli occhi di fronte alle realtà negative, ma per l'intima certezza che il male non potrà prevalere sul bene.

Si seminava a piene mani il nostro ideale…
Ero sempre stato eccessivamente ligio agli orari, ai programmi, ed eccomi ora spesso a non avere più orario né per i pasti né per il riposo. Mai si riusciva a mangiare un boccone e poi ad andare a letto prima di mezzanotte; eppure non avvertivo la stanchezza!

Nel mio lavoro come avvocato il limite tra verità ed errore non è mai stato così netto. Per cui se un cliente voleva essere sostenuto in certe pretese a mio avviso opinabili, mirando al suo bene gli prospettavo altri aspetti della questione in cui mi pareva avesse torto. Certo, questo modo di fare professionalmente non mi giovava, ma meno che mai ora tenevo al successo.

Sempre avevo dato maggior valore ai beni spirituali rispetto a quelli materiali; ma, indubbiamente, questi ultimi costituivano una sicurezza, occupavano in me un posto che meglio andava dedicato ad altro. Quando me ne resi conto, impellente fu la necessità di distaccarmi anche da essi, se volevo essere coerente col Vangelo.
Risultato: mi sentii più disponibile verso Dio e verso tutti, nella condizione ideale per riconoscere Gesù in ogni prossimo, ricco o povero, influente o umile, perché a ciascuno mi sentivo legato come ad altro membro del corpo di Cristo.

A un dato momento ebbi l'intuizione che non bastava più che migliorassi; Dio mi chiedeva di più, voleva il primo posto: prima dei beni, della carriera, della famiglia. Voleva che, totalmente disponibile ai suoi piani, mettessi da parte anche la mia volontà per "dipendere" magari da altri.
Era proprio il giorno del mio cinquantesimo compleanno, quando capii che non potevo più tirarmi indietro: diversamente non avrei realizzato quella pienezza di lui, nella mia vita, che andavo cercando…
Così, nel novembre 1966, lasciai la mia famiglia ed entrai a far parte a pieno titolo di quella del focolare, cuore della nascente comunità napoletana.

Stralci di alcune sue lettere a Fede:

(5.12.1992) Sento tanto forte in questo periodo la enorme gratitudine a Dio per il non mai abbastanza apprezzato dono dell'Ideale, che malgrado i miei anni -sono entrato nell'ottantesimo anno- mi procura un senso di giovinezza spirituale ed una forte tensione alla carità sempre più intensa ed universale.

(26.12.1994) Questo Natale, con tutte le bellezze e le gioie che mi ha fatto sperimentare, mi suggerisce di parafrasare l'esclamazione del vecchio Simeone "Lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace" dopo aver visto la salvezza dell'umanità sul piano spirituale con la spiritualità collettiva, così come l'economia di comunione una volta realizzata lo farà sul piano economico-sociale.

(3.12.1996) Quest'anno per la prima volta dal lontano 1963 sarò costretto a rinunciare all'incontro dei focolarini, causa una dolorosa e persistente malattia che mi obbliga da circa un anno a passare dal letto alla poltrona…                                   Nell'ultimo collegamento Chiara ci presenta in modo del tutto nuovo la realtà della Volontà di Dio, sì da rendercela appetibile, stimolandoci anzi a praticarla per poter corrispondere con il nostro piccolo cuore al suo grande Amore. Ho sentito, quindi, di dover ringraziare Dio per avermi offerto l'opportunità di dimostrargli un po' del mio amore cercando di vivere nel modo migliore questa mia malattia.

Dal marzo del 1998 è a Villa Achille.

(13.5.1998 a Fede) Sono qui da circa due mesi e sono contentissimo e grato per quest'amore dell'Opera per me, offrendomi di trascorrere questo periodo doloroso e perciò bello e costruttivo della mia vita in un clima ideale sotto ogni punto di vista.

Il 14.1.1999 Chiara gli scrive: "Ti ringrazio per quanto offri per l'Opera, che -tu lo sai- va avanti in proporzione di quanto dolore viene trasformato in amore. Conto perciò su di te e ti auguro di essere costantemente nella 'perfetta letizia'…".

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