Stefano Vagovic - Mariapoli Celeste_i focolarini

Mariapoli Celeste - i focolarini
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Stefano Vagovic

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Profilo di Stefano Vagovic

Montet, 25 marzo 2013


Stefano, che tanti di noi chiamavano anche don Stefano, è tornato al Padre giovedì scorso 21 marzo poco prima delle 11. Era ricoverato nell’ospedale di Payerne dov’era entrato il 19 febbraio scorso all'aggravarsi del suo stato di salute a causa di un’ischemia cerebrale.

Sembrava già allora che stesse vivendo le sue ultime ore quando, inaspettatamente, lo abbiamo visto ritrovare tutte le sue facoltà mentali, anche se purtroppo non altrettanto è successo con le forze fisiche, che sono poi ancora diminuite progressivamente. Il suo atteggiamento d’animo di fronte alla situazione è stato invece di totale disponibilità alla volontà di Dio, fino alla fine, possono testimoniarlo molti di noi, il personale dell’ospedale e i malati che condividevano la sua stanza d’ospedale. Il giorno prima che Stefano morisse, il suo compagno di stanza, senza sapere nulla di lui, ci ha detto: “Dal suo atteggiamento, ho visto che questo signore (Stefano) è qualcuno che sa accogliere il dolore; non si è mai lamentato, neanche di notte. Porta in questa stanza qualcosa di diverso che non mi so spiegare ma che mi infonde coraggio”. Stefano compiva il suo ruolo di malato con la stessa fedeltà al Vangelo con la quale ha compiuto quello di professore, di sacerdote, di focolarino, di persona pensionata impegnata.

Stefano era nato il 12 aprile 1927 a Katlovce in Slovacchia, in una famiglia di contadini. Avendo da ragazzo sentito la vocazione al sacerdozio, aveva studiato nel seminario diocesano minore di Trnava e poi aveva proseguito gli studi di filosofia e di teologia a Roma. Ordinato sacerdote nel 1952, è stato cappellano nel Veneto e per 10 anni in Abruzzo e nelle Marche dove insegnava filosofia nei seminari diocesani.

Tornato a Roma per studio, nel 1956, insieme ad alcuni amici slovacchi del collegio Giovanni Nepomuceno, aveva incontrato un focolarino che raccontò loro come nel Movimento si vive il Vangelo, un nuovo stile di vita cristiana che avrebbe trovato forte risonanza nel cuore e nella mente del giovane sacerdote filosofo. Dopo aver partecipato alle Mariapoli di Fiera di Primiero nel ‘58 e ‘59, avendo saputo della presenza del focolare a Pescara e dei sacerdoti del Movimento in quella regione, prese contatto con loro, iniziando a vivere la spiritualità dei Focolari.

Nel 1964, durante un incontro di sacerdoti del Movimento, espresse al loro responsabile don Silvano Cola il desiderio di donarsi “a tempo pieno” nel Movimento. “È cominciata così una nuova vocazione e una nuova vita”, diceva. In effetti, un anno dopo, nel settembre 1965, su invito dei responsabili centrali del Movimento, arrivò a Loppiano come insegnante e come sacerdote. Esprimeva così la sua gratitudine a Chiara Lubich: “So che questa è un’Opera di Dio e la grazia di appartenervi mi riempie di gioia e di umiltà”.

Avendolo il suo vescovo lasciato libero per il Movimento, fu ammesso nella sezione dei focolarini e da allora viveva in focolare. Dopo ventidue anni di servizio umile ed efficace a Loppiano, nel 1987 si trasferì a Montet, per proseguire la sua attività in compiti simili.

Ha accompagnato con sapienza e discrezione un gran numero di focolarine e focolarini durante la loro formazione con un amore semplice e puro, che sapeva sempre accogliere, leggere nei cuori e sostenere nelle difficoltà. Era amato da tutti perché sempre “nell’amore”, cioè rivolto agli altri e al tempo stesso raccolto in Dio. Ne sono la prova le centinaia di messaggi pervenutici dal mondo intero da persone che hanno conosciuto Stefano quarant’anni fa a Loppiano oppure solo l’anno scorso qua a Montet.

Stefano era un autentico intellettuale, ma non ha mai fatto sfoggio delle sue conoscenze, queste ultime anzi davano valore ai suoi sapienti consigli senza essere di peso. Una persona amica, di grande profondità spirituale, gli scriveva poco più di un mese fa: “Lei ha saputo sempre scomparire e annullarsi come uomo di scienza e questo ha arricchito ancora di più la Sua personalità umana e divina”.

Sono unanimi le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto, sia in passato che di recente: Stefano era aperto a tutti, cercando con la sua simpatia di comunicare con tutti, posando su persone e cose il suo sguardo semplice e benevolo; ottimista e gioioso, non disdegnava di tanto in tanto di raccontare qualche barzelletta. Un autentico bambino evangelico. Allo stesso tempo la sua curiosità intellettuale, il suo interesse per le notizie e per le vicende della Chiesa e del mondo erano sempre all’erta e si teneva sempre bene informato. Avendo acquisito la nazionalità italiana, pur dalla Svizzera continuava a seguirne la vita politica e sociale con attenzione. Aveva ancora votato per corrispondenza per le ultime elezioni nazionali di febbraio.

Nel luglio scorso, ha festeggiato a Montet i suoi sessant’anni di sacerdozio. Aveva dichiarato in quell’occasione: “Sono felicissimo di far parte di una famiglia così bella”. E poi: “Con umiltà e riconoscenza ringrazio Dio per questa avventura divina pensata nell’amore infinito del Padre Celeste”.

Era pronto, ben conscio che quel che gli rimaneva da vivere era l’ultimo tratto della sua esistenza terrena. Nel dicembre 2012, gli fu diagnosticato un tumore allo stomaco. All’inizio di gennaio, in un bigliettino che accompagnava il fedele resoconto mensile sulla sua vita da focolarino, mi scrisse: “Un incontro speciale con l’amore del Padre: la scoperta [della malattia], la futura prova della salute. Che il Signore mi aiuti a vivere l’attimo presente, non fare confronti con il passato e non fantasticare sul futuro. Nel momento presente mi sento nelle mani del Padre e credo che Lui mi ama”.

Poi, un giorno prima dell'ictus e del suo conseguente ricovero in ospedale: “Sono sereno e tranquillo, mi sento nelle mani del Padre e posso dire anche di essere nella gioia, perché cerco di vivere la volontà di Dio nell'attimo presente e accetto tutto quello che arriverà con ogni volontà di Dio nel nuovo attimo presente. Non dubito dell'amore del Padre e del Suo aiuto”.

In ospedale ha vissuto in piena coerenza e fedeltà con le proprie parole. Un giorno, confida a Denise che la sua situazione “è Gesù Abbandonato, ma l'attimo presente è una grande luce”.

Il programma di vita evangelica propostogli da Chiara è una frase tratta dal vangelo di Luca: “Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla” (Lc 12,4).

Il suo corpo, ormai, è senza vita, ma sappiamo e, in certi momenti, sentiamo fortemente, percettibilmente, che tutto l’amore che Stefano ha avuto per Dio e per i suoi fratelli uomini, in esemplare fedeltà alla sua vocazione di uomo, di cristiano, di focolarino e di sacerdote, rimane e ci arricchisce.

In conclusione vogliamo solo dire un “grazie” al Padre per averci dato Stefano come fratello.

Dopo la benedizione finale, accompagneremo il suo corpo nella terra del nostro cimiterino, dove riposerà accanto alle tombe di Ryka, Piero e degli altri nostri che sono sepolti lì.


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