Vittorio Sabbione - Mariapoli Celeste_i focolarini

Mariapoli Celeste - i focolarini
Vai ai contenuti

Vittorio Sabbione

Profili e notizie


Profilo di Vittorio


Nella stessa maniera di quando è “partita” Lia, per parlare di Vittorio bisognerebbe raccontare la storia del Movimento in queste terre, perché la sua vita è inseparabilmente legata con la nascita e lo sviluppo dell'Opera di Maria dell'IspanoAmerica. Ma, più importante ancora di tutto quello che essi hanno fatto è come lo hanno fatto. Cioè, come era, chi era Vittorio, prima e dopo aver abbracciato l'ideale dell'unità che incontrò un giorno nel focolare.

Nato a Torino, in Italia, il 15 gennaio del 1922, quasi due anni dopo Chiara, in una famiglia della media borghesia, ricevette da suo padre, prestigioso avvocato, cattolico liberale, una solida educazione alla libertà e alla giustizia e dalla madre soprattutto il gusto per le cose belle. Appassionato dei libri, fin da piccolo si sentì affascinato da personaggi come Manzoni, “…nei quali vedevo riflesso in qualche modo le nostre debolezze”, e, in cui, secondo le sue parole, “la fede era tutto e a tutto dava forma”.

Tuttavia, il personaggio che più lo appassionava, come soggetto di fondo, era “il popolo”, e “sognavo una rivoluzione che desse all'uomo una vita più umana”. Non per questo disdegnava le avventure di Salgari, Buffalo Bill, dei pirati di ogni tipo di viaggi rischiosi per il mondo. Di temperamento aperto e socievole, ricorda, “sono cresciuto tremendamente individualista: 'io so, io posso'. Tutto il mondo di idee, di sentimenti, che ancora confusamente si andava formando in me, era mio, niente altro che mio, oggetto dei miei sogni e delle mie fantasie”. A volte si immaginava “come un politico-soldato (lo affascinavano le figure di Napoleone e di Garibaldi), e altre volte come missionario”

Quando suo fratello Paolo, 13 anni più grande di lui, cadde in disgrazia davanti alle autorità del regime fascista che si imponeva in Italia, cominciò un lungo calvario, che in Vittorio “rinforzò la convinzione che, se volevo essere coerente, non potevo rimanere indifferente davanti all'oppressione e il dolore della società, e dovevo essere disposto a pagare di persona”.

Nell'adolescenza si fece spazio in lui uno spirito critico ad ogni insegnamento ufficiale, anche della Chiesa, parallelamente ad una sete crescente di coerenza che lo spingevano verso una profonda ricerca di Dio. “Così arrivai ad un passo decisivo della mia vita, che avrebbe avuto poi sviluppi imprevedibili, in mezzo alle mie grandi debolezze e perplessità, e mi avrebbero marcato per tutta la vita: feci per conto mio il voto di consacrarmi, senza sapere bene come, però certamente per sempre”. Aveva allora 14 anni. Nella giovinezza, oltre a marcare un cambio esterno notevole, accentuò la sua radicalizzazione in molte posizioni e un progressivo impoverimento della sua vita spirituale, mentre altri personaggi lo aprivano al mondo esterno in maniera impetuosa, quasi violenta. Più che giocare, come quelli della sua età, sentiva la necessità impellente di discutere di tutto, vita spirituale, politica, letteratura, filosofia, scienze. In quegli anni di fascismo consolidato e davanti al conformismo generale che non sopportava, incontrò nell'Azione Cattolica uno spazio dove potesse, in qualche modo, professare il suo dissenso al regime e soprattutto darsi agli altri in armonia con quella prematura “consacrazione”. Fu così che entrò in contatto diretto con situazioni di miseria, che fino ad allora conosceva solo dai libri, nelle quali vivevano perfino alcuni dei suoi nuovi compagni, “degne- diceva lui - delle terribili descrizioni di Victor Hugo”. L'impatto fu molto forte. “Era molto più facile amare il popolo da lontano…”.

Intanto la sua formazione liberale in politica si arricchiva con nuove esigenze sociali. Leggeva avidamente tutto quanto cadeva sotto il suo sguardo. Era, e gli piaceva esserlo, un “enfant terrible”, capace di essere in disaccordo su tutto. “Purtroppo, non tutto nei miei atteggiamenti era oro puro. Insieme ad un sano desiderio di ricerca, si insinuava in me uno spirito di sufficienza, se non di esplicita superbia, di insolenza, soprattutto davanti a qualunque autorità”. La lettura di Chesterton gli fece comprendere che “la verità senza la bellezza, la fantasia, la libertà, la vitalità, è morta!” Altro pensatore che in quel periodo lo segnò fu Rosmini, per la sua “convinzione irremovibile sulla centralità della carità, intesa come partecipazione nella vita trinitaria”.

Gli sembrava di comprendere a poco a poco il senso della sua consacrazione a Dio e all'umanità come laico nel mondo, nel cammino del pensiero e dell'azione politica. Aveva cominciato gli studi di giurisprudenza, in cui avanzò rapidamente poiché non era stato arruolato nell'esercito, per insufficienza toracica. Preparandosi con lo studio e con contatti clandestini con i partigiani della Resistenza, attendeva il tempo in cui era sicuro che la guerra che incombeva sul suo paese avrebbe fatto una pulizia netta di tutto. La viveva come qualcosa di terribile, però nello stesso tempo liberatrice. La famiglia abbandonò la città a causa dei bombardamenti, con la scusa del lavoro e degli studi rimase a Torino per continuare i primi contatti clandestini. Situazioni estreme, in cui era a repentaglio la sua vita, lo spinsero verso un colloquio più intimo con il Signore, però a modo suo, con una miscela di idee più o meno confuse e contraddittorie, come egli stesso confessa. I tedeschi arrestarono suo fratello, e lui sentì di dover occupare il suo posto nella lotta, fino a quando anche lui fu arrestato. Interrogatorio, percosse, carcere e il pensiero che i tedeschi prima di ritirarsi l'avrebbero fucilato. Invece, proprio all'ultimo momento, arrivò la liberazione. Come ricostruire una nuova patria? Una lotta ardua per ricostruire lo stato di diritto, in mezzo ad un clima anarchico di vendetta e poi la notizia della morte di suo fratello nel campo di concentramento di Mathausen, cui seguì la morte di suo padre, distrutto dal dolore. Novello, anche senza interesse per quella professione, dovette farsi carico dello studio paterno. Una riproduzione di San Giorgio che lotta contro il dragone fu la prima cosa che fece incorniciare ed appendere sulla parete, come simbolo dello stato d'animo di quel momento: “Io non ero San Giorgio, però dragoni da combattere ce n'erano molti!”.

Dedito alla lotta politica nella sinistra dell'incipiente Democrazia Cristiana, fu il primo delegato regionale della gioventù e poi segretario del partito a Torino. Però, anche se circondato da compagni molto buoni, che più tardi avrebbero occupato posti di prestigio della politica italiana, i suoi ideali gli sembravano sempre più irraggiungibili. Tanto che, insieme al quadro di san Giorgio ne appese un altro, delle stesse dimensioni, ma questa volta del Don Chisciotte. La conoscenza di Edvige, giovane studente in giurisprudenza, impegnata nella lotta clandestina e con grande esigenza di azione politica, fu come una boccata d'aria pura nella sua vita. La sua serenità di giudizio e “una unione con Dio molto più profonda della mia” si completarono reciprocamente. Presto compresero che erano chiamati ad unire le loro vite, però “fu chiarissimo, fin dal primo momento, che il nostro matrimonio non poteva avere altro senso di unirci per consacrarci a servire l'umanità”, cosa che fecero nel loro viaggio di nozze, passando da Assisi. Un periodo, imprevedibilmente molto breve, di grande pienezza. Dopo poco tempo, l'insorgere di una malattia incurabile in quell'epoca fece sì che, anche se si tentò di tutto, Edvige morisse irrimediabilmente. Vittorio ricorda quel periodo come “l'entrata in un tunnel oscuro”, che lo portò a chiudersi in un silenzio disperato, tagliando con tutto e cercandola quasi patologicamente in qualunque cosa che la ricordasse. Col tempo, rassegnato a costruirsi una maschera di serenità che nascondeva la sua tremenda frustrazione, per fedeltà a Edvige, nelle sue notti insonni cominciò a rileggere il Vangelo, che gli sembrava splendido, ma irraggiungibile. Così passarono due anni, “i più tragici della mia vita”.

Alla fine del 1950, inaspettatamente, racconta lui stesso, “mi sono sentito strappato dal mio mondo nel quale mi ero sepolto e mi sono visto trasportato in un'altra dimensione”. Avevo appena conosciuto una delle prime compagne di Chiara Lubich, Ginetta Calliari, per mezzo della quale ebbe notizia della prima comunità dei focolari a Trento. Per Vittorio fu come se “tutto il Vangelo si incendiasse, prendesse vita, con una luce e un'intensità straordinarie”, però, come contropartita, il dolore che questo ideale fosse arrivato troppo tardi. Ginetta non si dette per vinta e gli parlò del “momento presente”. "Sì. Dopo sarà quello che Dio vorrà!” e provò una presenza di Dio così forte… che era come ubriaco, ubriaco di Dio. Era la prima volta che gli succedeva. Da quel momento in poi è stato per lui assistere a un succedersi di miracoli della grazia in molte persone mentre dal nulla sorgeva una parvenza di comunità. Tornando al suo studio di avvocato tutto sembrava nuovo: non erano più cause che si accumulavano, ma persone che aspettavano di essere amate. Lo stesso succedeva in politica. Per Capodanno andò a Trento per conoscere la comunità originaria del movimento, si rese conto che Dio non aveva scelto persone straordinarie, ma persone di ogni tipo, la maggior parte  umile, senza molta cultura, ma soprattutto che “il focolare non era una convivenza di bravi giovani, ma la casa di Gesù”.

Più tardi, in un viaggio a Roma per una causa che doveva difendere davanti ai tribunali della capitale, conoscerà Chiara personalmente e già non gli rimarrà nessun dubbio. Tornò a Torino traboccante, con l'idea di un cambio totale di vita, ma non fu facile tagliare con tutto il passato. Per incominciare, con la sua mentalità liberale. “I libri erano il simbolo della mia sete di sapere”, ma anche lasciar dietro il ricordo di Edvige: “Mi sembrava quasi di commettere un sacrilegio, però dentro molto forte una voce mi ripeteva: 'chi non lascia padre, madre, sposa…'. “Quando feci questo passo e mi sono trovato senza passato, solo con Dio, sentii come se lei mi dicesse: 'Credevi che io me ne andassi tra i morti, ma io sono viva tra i vivi, è in Dio che tornerai ad incontrarmi, solo in Lui' ".

Così nel 1950, libero da tutto, comincia con Marco il primo focolare di Torino nella sua propria casa, prima di trovare un posto appropriato. Non fu facile, perché abituato a far le cose da solo, nell'amore al prossimo era molto teorico, fino al punto da sorprendersi quando Marco un giorno gli fece osservare che “era meglio metterlo in pratica”. Per lui tutto andava bene, ma erano gli altri che stavano male. Tanto che cominciò a convincersi che non era capace di vivere questo ideale e allora iniziò un periodo nero nel quale non riusciva a far nulla. Fino a quando un giorno si chiese: “e se Dio permette che tutta la vita io sia come una palla di gomma, che cede un momento e poi ritorna alla forma precedente?” E si rese conto che doveva optare: “scegliere la mia perfezione o seguire il piano di Dio, e per la prima volta gli dissi di sì, disposto a cominciare sempre di nuovo”.

Curiosamente, in quel periodo Chiara gli affidava, insieme a una focolarina, la comunità del Movimento nella zona di Torino e poco dopo una responsabilità a Roma. Questo ebbe un costo, perché significava lasciar tutto per il Regno di Dio in un modo concreto. Aveva già venduto altre proprietà che aveva ereditato, come la casa paterna, una villa nella periferia della città e pezzi di terra a coltivazione; ma adesso si trattava di lasciare le ultime cose che rimanevano: lo studio di avvocato, in mezzo alla sorpresa della propria famiglia e di molti che vedevano in lui un professionista eccellente e con una brillante carriera politica futura. La sua decisione di lasciar tutto per consacrarsi ad un Movimento appena incipiente, con caratteristiche utopiche, che anche nella stessa Chiesa lo si vedeva ancora con sfiducia, faceva pensare che avesse perduto la testa. E, in qualche modo, l'aveva perduta.à a Roma, integrato al gruppo più intimo delle focolarine e focolarini intorno a Chiara, avrà compiti di alta responsabilità e fiducia nello sviluppo delle prime strutture del Movimento. Ebbe a suo carico la rivista e dopo l'editrice Città Nuova, prima espressione dei focolari che usciva a vita pubblica. “In realtà, io non avevo pasta di giornalista, di scrivere articoli o cose del genere, così che la mia funzione era quella che altri lavorassero per la rivista. In più si cominciava dal nulla, con il ciclostile e in casa” Era il seme delle 25 editrici che oggi esistono in tutto il mondo. Un giorno Chiara gli confida che aveva ricevuto lettere, sottoscritte da una infinità di firme, in cui le chiedono di aprire un focolare a Buenos Aires, Argentina, e che aveva pensato che Lia Brunet andasse in quelle terre, con tre focolarine, ed in seguito andasse anche lui per aprire il focolare maschile.

“In un primo momento mi sentii felice di poter portare l'Ideale così lontano, ma durante la notte le cose cambiarono. Io non ho mai sofferto di insonnia, neanche quando sono stato prigioniero, però quella volta non riuscii a dormire neanche un'ora. Pensavo: fino ad ora sono andato avanti in questo ideale perché sono stato vicino al centro del Movimento, di Chiara, avvolto da questa esperienza luminosa, ma quando staremo così lontano non resisterò, non saprò cosa fare, non sono fatto per una cosa così”. Al mattino aveva già deciso di dire a Chiara che inviasse un altro perché non si sentiva adatto. Però lì “una voce interiore cominciò a dirmi che lei conosceva bene i miei limiti, che lei non contava su di me, ma su Gesù in me, e che Lui poteva usarmi per fare cose grandi e che io dovevo crederlo. Fu una lotta interiore e alla fine non le dissi niente, feci il biglietto e partii. Da quel momento sentii la mano di Dio che mi aiutava. In effetti, arrivato a Buenos Aires, “fu caratteristico di quegli inizi il sentire che Dio ci apriva la strada e ci guidava. Già dopo un mese e mezzo che stavamo a Buenos Aires abbiamo visto l'importanza di viaggiare al Nord, a conoscere la comunità che era sorta a Santa Maria di Catamarca. L'incontro con quella comunità fu straordinario. Inoltre, Lia era stata prima. Furono giorni meravigliosi. Poi tornai nuovamente a Tucumàn, dove provvidenzialmente avevo potuto far conoscere il nostro Ideale ad alcuni giovani, e tornai a Buenos Aires. Dopo Tucumàn si aprì a poco a poco Còrdoba. L'Ideale metteva radici in due punti fondamentali dell'interno del paese. Vedevo come in poco tempo sia privano porte. Tanto fu così che dopo tre mesi già si realizzava la prima Mariapoli in terra ispanoamericana. Ed il Movimento continuò a crescere esuberante anno dopo anno.

Un passo importante nella vita di Vittorio fu la sua ordinazione sacerdotale. Era qualcosa che evidentemente non stava nei suoi piani, soprattutto perché sentiva molto chiara la sua vocazione eminentemente laica. Però quando Chiara glielo chiese, per amore all'Opera, fece anche questo passo. Un passo così importante che Chiara si sentì spinta a stare accanto a lui il giorno dell'ordinazione, e così si concretizzò il suo primo viaggio in Argentina. Ci sarebbe andata altre due volte negli anni seguenti, con frutti straordinari. Egli stesso racconta come “in ognuna delle sue venute si è aperto un nuovo panorama”. Il primo anno, il Centro Mariapoli di Josè C. Paz, il primo nel mondo fuori dell'Italia. Nel viaggio dell'anno seguente sorse il progetto di una “Mariapoli permanente”, che quasi immediatamente sarebbe sorto in Uruguay e dopo sarebbe continuato a O'Higgins, Argentina, ed è oggi la Mariapoli Lia.

“Come Dio abbia portato avanti l'idea della Mariapoli è qualcosa di straordinario. Al principio aderimmo con entusiasmo, però dopo vedevamo con Lia che sarebbe stata necessaria una buona porzione di terra, costruire molte cose, sembrava qualcosa di impossibile. In ogni modo eravamo sicuri che se Dio voleva, ci avrebbe aperto le porte. E difatti le aprì: ci offrirono un edificio enorme di 40 ha, il cui unico costo era il passaggio di proprietà. Fu realmente un regalo caduto dal cielo e la provvidenza cominciò ad arrivare fin dal primo momento. La Mariapoli andò crescendo, le costruzioni, i Gen che venivano a fare l'esperienza, la gente che veniva a visitare, gli incontri che si realizzavano, era Dio che portava avanti le cose. E pensare che noi focolarini e focolarine eravamo appena un gruppetto ed attorno persone che si entusiasmavano con l'ideale dell'unità, ma tuttavia non esisteva quasi nessuna delle vocazioni e movimenti che oggi conosciamo”.

Precedentemente era sorta la prima edizione in lingua spagnola di Ciudad Nueva e lì la mano di Vittorio, con la sua visione politica nel senso ampio della parola fu determinante nei momenti critici della storia argentina. Alla necessità di dare una risposta, soprattutto nell'ordine sociale, promosse la nascita della Scuola Sociale, dove hanno fatto i loro primi passi quelli che si sarebbero fatto carico del MPU e dell'EdC. Sentiva che in quel campo rimaneva molto da fare da parte del Movimento. Il Movimento continuò a crescere, nuovi focolari, nuove zone, centri Mariapoli, ma forse la realtà più significativa è stata la cittadella, a O'Higgins. In un lavoro intenso di unità proprio con Lia Brunet, corresponsabile del Movimento nella zona, questo bozzetto di società ideale cominciò a prendere la sua propria fisionomia e si è convertita in punto di riferimento per tutto il Cono Sud dell'America Latina ed anche più in là. Qualche anno più tardi, nel 1998, un'altra volta in visita in Argentina, durante il suo soggiorno nella cittadella, Chiara pronunziò una frase che commosse fino alle lacrime Lia e Vittorio, coronando uno sforzo senza sosta di unità durante quaranta anni: “Qui ho trovato realizzato lo sforzo dell'amore reciproco”.

Però, se c'è stato un momento che descrive Vittorio in modo totale, è stata la festa che per i suoi 80 anni. L'hanno organizzata tutti quelli che, non avendo trovato un posto nelle strutture e le norme del focolare, si erano mantenuti in contatto in vari modi all'Ideale dell'unità perché sapevano che avevano uno spazio proprio nel cuore di Vittorio Sabbione. Per l'occasione si riunì una moltitudine di persone, arrivate anche da altri paesi, per una giornata indimenticabile,  che culminò con un collegamento diretto con Chiara, che diede a tutti una Parola di vita: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo”.

Già in quell'epoca dunque cominciava ad accusare problemi di salute e soprattutto una progressiva perdita della memoria, per cui, assumendo con realismo la situazione, arrivato un momento inviò a Chiara una lettera chiedendole di esimerlo dalle funzioni come suo delegato che in quel tempo esercitava nella Gran Zona del Cono Sud.
Il 5 giugno del 2005 scrive una lettera a Chiara:
“…in questi ultimi anni sono venute via via sempre più a mancarmi la memoria, le forze intelluali e anche un poco le fisiche, perciò non riesco più ora ad aiutare quanto dovrei i popi e quanti altri vivono l'Ideale in questa grande zona. Sento ora che il Signore mi chiede di dirti tutto ciò perché tu possa sostituirmi in questo compito che mi hai affidato ed in cui mi hai seguito con grandissimo amore, anche se tu forse ti sei almeno un poco già resa conto di tutto ciò".
... pronto a tutto con tutto l'amore grandissimo che sento per te…..tuo sempre di più…”


Chiara gli risponde dopo pochi giorni, il 10 giugno, con una lettera piena di affetto:
Carissimo Vittorio,
ho ricevuto la tua lettera nella quale mi comunichi come ti senti ora. Comprendo bene quanto mi dici e quindi penso che sia bene che tu ti orienti così, come mi scrivi.
...
Ma, Vittorio, tu sei sempre uno dei primi popi, pionieri dell'Ideale in varie terre e in vari campi. Resti quindi sempre nel Centro dell'Opera e potrai dare un contributo personale insostituibile a focolarini e a quanti ti avvicinano.
Certamente la Madonna ti ha guardato, ti ha accompagnato nella sua via, ti starà sempre accanto.
 In Lei unitissima

     Chiara

Il 21 giugno, Vittorio scrive a Chiara per ringraziarla della sua lettera:
"Carissima Chiara,
moltissime grazie di quanto mi hai scritto il 10 giugno. Quanto mi dici mi ha dato subito immensa gioia, soprattutto sapere che rimarrò sempre nel Centro dell'Opera. Mi dirai dove stare e con chi stare e spero di non essere un peso troppo grande per loro, lo chiedo al Signore. Quello che ti ho scritto lo dissi poco dopo ai popi che sono con me nella Mariapoli Lia, e che attendevo la tua risposta, e che ero pronto a tutto ciò che mi avresti detto. Erano molto contenti, ma ora certamente lo saranno più ancora con la tua risposta! Ti amano tantissimo e vogliono sempre più vivere l'Ideale.
……………….
Tutti tuoi, unicamente tuoi.”
    
Nonostante questa limitazione, che praticamente non gli permetteva di riconoscere neanche le persone con cui conviveva, non per questo perdeva il suo umore e la sua capacità di stare sempre nell'amore.
“Ok, la mia memoria….Dove sarà la mia memoria?”, scherzava, guardando da ogni parte, come qualcuno che cerca qualcosa che può trovarsi in ogni parte. Più di uno gli rispondeva: “Vittorio, tu hai dimenticato tutto, ma non di amare!”. E Vittorio: “Magari fosse vero!...” rispondeva, e lo sguardo si annebbiava un istante per poi tornare a brillare mentre accennava a colpire con il pugno sulla tavola, esclamando: “Vittorio, convertiti!”. La sua presenza nella cittadella, con Guglielmo Curti, Dulfo Cervini e Dante Orlandi, è una delle testimonianze più edificanti dell'amore reciproco. Riceveva il saluto di tutti quelli che andavano a salutarlo a casa sua  o si incrociavano con lui, sulla sedia a rotelle, per le strade della Mariapoli. Inoltre voleva partecipare come un popo in più nei ritiri generali, sforzandosi di comunicare il poco che poteva quando gli veniva chiesto. Il suo gesto diceva più delle parole, che sempre puntava all'unità, al “ricominciare sempre”. Infatti la sua canzone preferita, della quale godette fino alla fine, era una zamba composta dal primo sacerdote del Movimento che conobbe in Argentina e che diceva: “Volare senza avere le ali,/ volare senza poter volare,/volare fin dove dà il respiro/e poi ricominciare…”. Era l'incarnazione viva di queste parole….

Non potendo distinguere ognuno, per mancanza di memoria, si relazionava con lo stesso amore con tutti, come se non esistesse che un solo interlocutore, Gesù in tutti. Dopo essere stato con qualcuno diceva: “Do grazie a Dio per aver trovato uno stile di vita, l'Ideale dell'unità, capace di trasformare così profondamente le persone che possono continuare a donarsi anche quando le facoltà mentali vacillano, perché l'amore sembra essere sceso fino al subcosciente”.

Per la festa di S. Chiara, l'11 agosto del 2005, Vittorio riesce a scrivere una lettera a Chiara, piena di affetto filiale e che rivela nello stesso tempo il suo anelito perché l'Ideale arrivi fino agli ultimi confini del mondo:
“Carissima Chiara, mamma totalmente nostra!
Questa mattina, appena alzati, io Vittorio, Benedetto e Guglielmo che viviamo insieme in una casetta della Mariapoli Lia, abbiamo sentito sbocciare nel cuore una luce, un entusiasmo grande che ci diceva che anche noi, come le pope e i popi tutti che sono qui, dovevamo dirti quanto Gesù ci faceva sentire in cuore questo giorno!
E Gli abbiamo chiesto di essere dell'Opera sempre più totalmente e pienamente per poter far sì che l'Ideale arrivi in ogni persona, in ogni parte del mondo, in ogni nazione, dovunque sempre più, e che la Chiesa sia avvolta in un meraviglioso grandissimo fiume d'amore, quello che Gesù, attraverso di te ci ha dato!
Ed abbiamo chiesto al Signore che ci faccia sempre più tutte e tutti tuoi, solamente tuoi! Totalmente Suoi! Per essere sempre più, in te e con te, una presenza Sua nella Chiesa e nell'umanità.
……..Con l'amore più grande, sempre più grande, tutti tuoi…..”

Il 16 agosto del 2005, dopo la festa di S. Chiara e del messaggio che Chiara aveva scritto a tutti, Vittorio le scrive:
“Carissima Chiara,
grazie, grazie tantissime per quanto ci hai scritto il 14 agosto!
Anche qui abbiamo vissuto un giorno intenso di unità con Gesù, con Maria e con te e con tutti nella Chiesa, nel mondo, nell'Opera e in particolare nelle nostre zone e Gli abbiamo chiesto che ci aiuti ad essere in una donazione sempre più piena perché l'Ideale penetri in tantissimi…
Sempre più tutti unicamente tuoi!”
Vittorio    e tutti della Mariapoli


Un'altra volta, dopo un 'aggiornamento' che Beni aveva inviato dal Centro dell'Opera durante un incontro dei delegati delle zone nel mondo, nell'ottobre del 2006, Vittorio scrive a Chiara manifestando la sua anima di dimensioni planetarie:
“Carissima Chiara,
grazie per il tuo amore e dolcezza e per tutte le preziose espressioni tue per le (nostre) zone. Ciò ha dato a tutti noi che siamo in queste terre, una gioia tanto grande che spingerà tutti a una più piena donazione.
Chiediamo al Signore che ci aiuti a mettere in pratica sempre più tutto quanto ci hai donato in questi anni, con una pienezza sempre maggiore ed essere risposta alla crisi del mondo moderno che ci circonda.
….con l'affetto filiale più grande.
Vittorio   (e tutti della Mariapoli Lia)


Un giorno qualcuno chiese a Danilo Zanzucchi che immaginasse come disegnerebbe Vittorio. Non lo pensò due volte: “Come un personaggio molto alto, vestito come un nobile del Rinascimento, un aristocratico dello spirito”. Sorpreso, continuò chiedendo a quanti intervistava, che immagine gli evocava Vittorio. Oreste Basso ricordava che, nei primi tempi, Chiara amava descrivere l'unità tra loro come le figure di un quadro. Per esempio, un paesaggio con una montagna, un prato e una casa: “Vittorio era la montagna”. Giorgio Marchetti, se lo immaginava come una colonna, Gaia, che lo conobbe dai tempi di Torino, “come un mare dove si può navigare”. Tre focolarini che condivisero con lui momenti fondazionali in Argentina, don Raggio, Nuccio Santoro e Nando Garcìa, ognuno per conto proprio coincise nel paragonarlo con un ombù o un baobab, un albero dove tutti possono trovare riparo nei suoi rami e alla sua ombra. Per molti, la maggioranza in Argentina, evocava “la figura di un padre”. “Solo lui mi poteva capire”, spiega Giannino D'Adda. “Punto di riferimento spontaneo”, dice Arturo Cervini (Atti). Per Maria Sartori era “un edificio alto, con molte abitazioni”. In ogni caso, grandezza. Per Giuseppe Zanghì, “il compagno di più alto volo ed anche più in là delle  regole”. Per Tommaso Sorgi, “qualcuno che, nel gioco dell'unità, era capace di contribuire con la propria calligrafia, con l'intelligente ingenuità di un bambino evangelico”.

La salute di Vittorio declina sempre di più e varie volte è stato necessario il ricovero in clinica. Il 29 dicembre del 2006, per mezzo di Eli, Chiara gli invia questo messaggio:

“Carissimo Vittorio,
Chiara ha saputo che sei in ospedale.
Voleva assicurarti sua preghiera per te.
Con un grande Gesù in mezzo
   Eli”

Anche Oreste Basso, co-presidente dell'Opera, il 30 dicembre gli scrive:
“Carissimo Vittorio,
abbiamo vissuto e patito con te queste ore della tua polmonite: grazie a Dio mi pare si stia superando la fase critica. Puoi immaginare come ti sono unito, io e tutto il focolare qui, con Chiaretto, Fons, Fede, Marco, Bruno e Danilo. Preghiamo perché ti possa ristabilire bene e presto e so quanto i popi e le pope ti sono vicini, ti vogliono bene e quanto tu li ripaghi col tuo amore, col tuo grande cuore.
Un grandissimo saluto a tutti i popi che sono lì con te e così ti auguro un buonissimo inizio dell'anno 2007 con l'unità vivissima di Chiara e di tutti noi.
Teniamo Gesù in mezzo!
Un grandissimo abbraccio,
    tuo

      Oreste

Ultimamente, quando Chiara era ancora viva, dopo un'ennesima ricaduta della salute di Vittorio, il 3 marzo del 2008, attraverso Eli, gli scrive:
“Carissimo Vittorio,
Chiara ha ricevuto da Benedetto tue recenti notizie.
Mi ha detto di inviarti i suoi saluti, il suo amore, la sua unità.
Questo “Gesù in mezzo” con Chiara, dichiarato, mi sembrava un dono speciale!
Carissimo Vittorio, abbiamo costruito l'Opera con Chiara, fin dagli inizi e tutti abbiamo una riconoscenza, un affetto particolare anche per te, testimone anche oggi - col tuo essere - dell'Ideale!
Anche noi ti dichiariamo Gesù in mezzo!
  Tutto per Chiara!
      Eli
   
“Quale ti sembra siano state le cose più riuscite nella tua vita?”, gli chiesero in un'intervista.

“La cosa migliore che ho fatto nella vita è stata dire di sì all'Ideale quando l'ho incontrato. Tutti pensavano che io non fossi fatto per questo ideale ed anch'io lo sentivo. Però, malgrado tutto, mi sono lanciato in questa avventura e sono tornato a cominciare sempre di nuovo. Questo è il maggiore successo della mia vita: avrei potuto fuggire e al contrario non sono fuggito. La cosa più grande è ciò che Dio ha fatto per me, tornando sempre a cercarmi quando me ne andavo a destra o a sinistra, molte, molte volte..”.
“L'altra cosa è che, malgrado aver passato momenti tragici ed anche di depressione, Dio mi ha fatto partecipare di cose così grandi come mai avrei immaginato: l'incontro con questo ideale, con Chiara, con i focolarini e poi tutta questa vita in Argentina, una vita così piena. Veramente Dio ci ama immensamente anche quando non siamo all'altezza di questo a
more. Dio è meraviglioso”.


Torna ai contenuti